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Chi di speranza sopravvive. L’Ajax e il suo piccolo Kluivert

Non stava solo facendo il suo esordio in Eredivisie, Justin Kluivert. Riportava indietro i calendari. Improvvisamente il 2017 era il 1995, l’Ajax era la squadra più forte del mondo e tu eri così giovane da avere ancora le tue ali al loro posto, pensavi che la bellezza di Litmanen non ti avrebbe mai abbandonato e comunque niente poteva andare male, perché c’era capitan Blind. In fondo era di una domenica così che avevano bisogno i tifosi dell’Ajax: il figlio diciassettenne di un pezzo del tuo passato più prezioso che riporta in campo quel nome benedetto e per 51 minuti – tanto è durata la prima volta del piccolo Justin – ti fa pensare che la speranza non abbia abbandonato Amsterdam.

Patrick Kluivert era poco più grande di lui quando diventò una stella nell’abbagliante costellazione che era l’Ajax di Van Gaal, per due volte di seguito finalista in Champions League nel 1995 e nel 1996. Dicevano avesse strappato l’anima al calcio totale per eccesso di totalità, ma forse in tutti quei triangoli c’era la cosa più vicina alla perfezione che un campo di calcio potesse offrire. Un lavoro di cesello iniziato nel settore giovanile, giocatori che si conoscono da una vita, sarà per questo che si capiscono così bene. La kluivert.2maglia aveva il numero nove, e probabilmente Kluivert è il centravanti più puro che l’Ajax abbia conosciuto da vent’anni a questa parte, per lo meno nel senso posizionale del termine. D’altra parte, la cosa che faceva meglio era segnare: 18 reti in campionato alla sua prima stagione da professionista a diciotto anni, più le 2 che contribuirono a portare l’Ajax in finale di Champions League – Ajax-Milan 1-0, quando tutto sembrava ancora possibile. Poi la sentenza Bosman, il tana libera tutti del mercato giocatori. Pezzo dopo pezzo, l’Ajax si smembra. A grandi sorsi di Heiniken e disillusione, i suoi tifosi si sono abituati a veder sbocciare talenti immensi che nel breve volgere di una stagione sono già altrove, in qualche grande club d’Europa, dove la prima cosa che fanno è dire che grande sogno hanno appena realizzato, mica grazie Ajax per avermi insegnato a giocare a calcio. Forse alla fine bisogna accontentarsi. I titoli in Eredivisie arrivano e per riempirti gli occhi c’è sempre l’archivio.

L’unico che non voleva rassegnarsi a tutto questo era Johan Cruijff, ma alla fine anche la sua chiamata alle armi del 2011 era rimasta una rivoluzione a metà. Patrick Kluivert non era stato fra gli arruolati della prima ora e si era limitato a un tiepido sostegno verbale a distanza. Una guerra non faceva per lui, tanto più che già da tre anni nelle giovanili dell’Ajax giocava suo figlio Justin, nato nella primavera del 1999, quando Kluivert era a Barcellona con Van Gaal. Aveva da poco compiuto un anno il giorno in cui il padre calciava sul palo il secondo rigore concesso all’Olanda nella semifinale dell’Europeo contro l’Italia, alter/ego tragico del cucchiaio di Totti. Justin aveva nove anni ed era appena diventato un giocatore dell’Ajax quando Patrick ha lasciato il calcio – ultima tappa Lille – per iniziare una carriera da allenatore mai del tutto decollata, tanto che lo scorso anno ha lasciato la panchina dell’Ajax A1 (l’equivalente della Primavera) e accettato un posto da direttore sportivo nel Paris Saint-Germain. Una mossa che gli ha evitato di trovarsi ad allenare il figlio, che nel frattempo ha completato la trafila delle giovanili. Al suo posto l’Ajax ha chiamato un altro con un nome importante, Marcel Keizer: suo zio Piet è stato il primo calciatore professionista del calcio olandese, nonché uno dei pilastri su cui Rinus Michels ha costruito il suo Ajax a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta. È stato lui a far esordire Justin con la squadra A1, nella quale il ragazzo si è fatto notare per i suoi numeri all’ala destra. Non molte presenze – 5, ma con 2 gol – eppure sufficienti a richiamare l’attenzione di Peter Bosz, che lo aggregato alla prima squadra per il richiamo di preparazione invernale in Portogallo. Lì lo hanno visto anche i giornalisti, che in quella convocazione hanno visto una conferma dell’imminente partenza di El Ghazi, il principale candidato ad aggiungersi alla lista dei talenti volati via da Amsterdam. Sarà forse anche per questo, per scacciare l’amarezza del solito copione semestrale, che i tifosi dell’Ajax avevano bisogno di una domenica così. Subentrato all’infortunato Amin Younes, il ragazzo non solo si è mosso bene, ma si è pure procurato un rigore. Lo avrebbe battuto lui stesso («nell’A1 sono io il rigorista»), non fosse che mandarlo sul dischetto all’esordio è sembrato eccessivo perfino agli olandesi.

Con i suoi diciassette anni, Justin ha fatto un debutto in Eredivisie ancora più precoce di quello del padre, dal quale oltre ai tratti del viso, ha ereditato anche una certa lingua kluiverttagliente. A chi gli chiedeva se a questo punto si auguri che El Ghazi lasci l’Ajax il prima possibile, così da avere un concorrente in meno con Bosz, ha risposto ridendo «Sì, certo», salvo riprendersi con un «ma no, no…» che sapeva tanto di salvataggio in angolo. La prima telefonata dal pullman che riportava la squadra a casa dopo la vittoria per 3-1 sullo Zwolle l’ha fatta al papà Patrick, ovviamente. Quando ha accettato il lavoro a Parigi, a Justin ha fatto una sola raccomandazione: «Non ti perdere». Per l’Ajax sarà molto più difficile vegliare su di lui, ora che tutta Europa si diverte a fare paragoni fra padre e figlio. Justin avrebbe potuto semplicemente schivarli, invece nel suo giorno di gloria ha affrontato le telecamere e risposto con precisione a chi gli chiedeva se si sentisse il nuovo Kluivert anche calcisticamente, oltre che nel nome: «Lui era un autentico killer, ma io sono più veloce». Più o meno in contemporanea, nello studio di Nos (la tv pubblica olandese), l’ex allenatore dell’Ajax Co Adriaanse andava anche oltre: «Un ragazzo con immense possibilità – lo ha definito – Patrick era un po’ più forte fisicamente, ma nel dribbling è meglio Justin».

Il giovane Kluivert dovrà ora venire a patti con la dura vita dei figli d’arte all’Ajax (qualche anno fa Daley Blind è dovuto passare per le crisi d’ansia per diventare uno dei più amati capitani della storia del club), ma prima ancora convincere Bosz a dargli una seconda occasione. La partenza di El Ghazi potrebbe aiutarlo – e per una volta i tifosi dell’Ajax insieme alla birra manderebbero giù un sorso di speranza.

One comment

  1. L’ Ajax fece due finali di fila, non tre.
    In questa stagione curiosamente si stanno mettendo in luce non pochi “figli di…”- Simeone, Chiesa… l’ anno scorso Schmeichel ha vinto l’ incredibile e storico titolo con il Leichester… ed ora in finale di europa league si affronteranno l’ Ajax di Kluivert e il MU dell’ ex Blind!

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