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Johan Neeskens. Bello e d’assalto

Con l’Olanda ancora sull’onda della Coppa dei Campioni conquistata dal Feyenoord e il resto del mondo che vive sul fuso orario di Città del Messico per seguire i Mondiali, nell’estate 1970 le più attente al mercato dell’Ajax sono le sue tifose più giovani. Il non ancora diciannovenne centrocampista acquistato dall’RCH – lunghi capelli biondi, occhi verde mare e un sorriso da notte degli Oscar – fa girare la testa alle ragazzine di tutta Amsterdam, prima ancora che al suo allenatore. Anche perché, quando Rinus Michels lo vede arrivare al De Meer, è convinto di aver preso un incontrista, il più promettente in circolazione. Non ha idea che sarà Johan Neeskens a permettere al suo Ajax di fare il salto tattico che ancora gli manca per cambiare per sempre il calcio europeo.

Johan Neeskens da Heemstede, una cinquantina di chilometri a ovest di Amsterdam. Casa sua è stata danneggiata durante la guerra, così lui è cresciuto dormendo in corridoio. Sarà per questo che in campo non gli importa se deve buttarsi a terra per togliere la palla agli avversari, anzi la cosa sembra divertirlo. D’altra parte, è stato proprio il suo coraggio – qualcuno dice incoscienza – nei contrasti a permettergli di bruciare le tappe nella squadra della sua cittadina, l’RCH, nella quale gioca con gli adulti appena sedicenne, e che gli valgono un posto fisso nella nazionale giovanile all’Europeo di categoria, perso in finale contro la Germania Est. Sembra proprio che possa succedere di tutto, in quest’estate messicana del 1970, anche che Neeskens si ritrovi a condividere lo spogliatoio della sua squadra del cuore, l’Ajax, con il suo giocatore preferito, Sjaak Swart. neeskens2Anche che detto giocatore preferito gli offra di dormire a casa sua nelle sere in cui Johan è troppo stanco per guidare fino a Heemstede. Capita spesso, in effetti. Neeskens era abituato a una vita da calciatore dilettante anche quando si allenava con la prima squadra, tre sedute a settimana e sempre di sera. All’Ajax scopre che quello dei professionisti è tutto un altro mondo e quello di Michels un mondo nell’altro mondo: Johan si presenta al primo allenamento eccitato all’idea di lavorare accanto a stelle come Keizer, Cruijff e Vasovic, ma non immagina che finirà la giornata piegato in due a vomitare dopo aver passato ore a correre ripetute su e giù per il campo. Non immagina nemmeno che quando finalmente si passa al lavoro con il pallone, lui cederà alla tentazione di farsi da parte e guardare: la tecnica dei giocatori dell’Ajax è di un livello talmente alto da fargli pensare di non avere abbastanza talento per poter stare in mezzo a loro.

Non bastasse la fatica che fa per tenere il passo del gruppo, ci si mettono pure i giornali, che non perdono occasione per montare un presunto dualismo con Nico Rijnders, le cui caratteristiche praticamente si sovrappongono a quelle di Johan. Michels, però, ha idee differenti: nel giro di poche settimane, Neeskens e Rijnders diventano “De Brekers” (i distruttori) per chi gioca contro di loro e “De Broertjes” (i fratellini) per i tifosi dell’Ajax, che spesso li incontrano insieme anche fuori dal campo. Per il tecnico formano il duo che ha sempre sognato, quello che aggiunge una nota aspra alla sua macchina calcistica. Rispetto alla stagione precedente, in cui Rijnders e Mühren andavano spesso in debito d’ossigeno contro squadre con un centrocampo più folto, ora con Neeskens possono giocare anche tre contro quattro, perché Johan fa per due. Fin da giovanissimo i suoi allenatori avevano sfruttato i suoi infaticabili polmoni per mandarlo a marcare il playmaker avversario, il che significava muoversi nella propria metà campo per dare e ricevere una quantità indefinita di botte – e nessuno sa incassare come Johan. Lui non ha neeskens.tacklepaura di niente. Ma allora, ragiona RInus Michels, il ragazzo non avrà paura nemmeno di andare a prendere gli avversari direttamente nella loro metà campo. Invece di costringerli a ritirarsi per fuggire da lui, li inseguirà anche fino a ridosso della loro area di rigore. L’Ajax comincia a provare questi movimenti in allenamento nell’autunno del 1970. «Neeskens era come un pilota kamikaze, un soldato d’assalto – ricorda Bobby Haarms in “Brilliant Orange” – Quando gli dicevi di andare sulla palla, lui ci andava sul serio». All’inizio i difensori dell’Ajax restano al loro posto durante le sue sortite, finché un giorno improvvisamente il libero Velibor Vasovic fa un passo avanti e il resto della linea lo segue. «Sì! È così che dobbiamo fare!» esclama Rinus Michels quando lo vede. Il passo avanti di Vasovic permette all’Ajax di trasformare la trappola del fuorigioco da strumento difensivo in arma offensiva: difficilmente Neeskens perderà un contrasto, ma se anche dovesse farlo, alle sue spalle la difesa sarà in posizione talmente avanzata, che un eventuale contropiede avversario pescherebbe gli attaccanti invariabilmente in fuorigioco. In questo senso si può dire che si compie la rivoluzione copernicana della difesa che diventa attacco. La naturale aggressività di Neeskens e l’intuizione di Vasovic, spostando lo schieramento qualche metro più avanti, fanno fare un salto decisivo al concetto di pressing, introdotto in Olanda dal Feyenoord di Ernst Happel.

Proprio contro i rivali storici di Rotterdam, l’Ajax si gioca il titolo in Eredivisie nel decisivo scontro diretto del De Kuip, passato alla storia per la lotta senza quartiere in mezzo al campo fra Neeskens e Wim van Hanegem. «O lui o me» è lo spirito con cui Johan ammise di aver affrontato la sfida. Chi era allo stadio, ha raccontato che il rumore prodotto dai loro contrasti si sentiva dagli spalti. Di sette anni maggiore di Johan, Van Hanegem era considerato insieme a Wim Suurbier dell’Ajax l’incontrista più temuto d’Olanda. Quando ai due si aggiunge Neeskens, i tre diventano il braccio armato della nazionale: in un’amichevole di preparazione al Mondiale 1974 contro la Bulgaria, l’Olanda predispone un trattamento personalizzato per Bonev, ritenuto il più pericoloso degli avversari: nell’ordine vanno a contrastarlo Neeskens, Van Hanegem, Suurbier e Wim Jansen. Dopo il quarto tackle, Bonev fa di tutto per non farsi più passare la palla.

Senonché, nella primavera del 1971 – con l’Ajax che sboccia e si avvia alla conquista della sua prima Coppa Campioni – Johan confida al massaggiatore Salo Muller di non sentirsi del tutto a posto e che questa sensazione lo condiziona al momento di scendere in campo. Ne parla anche con Sjaak Swart e sia lui sia Muller gli consigliano di raccontare i suoi problemi a Rinus Michels. Johan, però, se ne guarda bene, almeno finché l’allenatore non telefona ai suoi genitori e con i suoi consueti modi piuttosto spicci chiede cosa stia succedendo al ragazzo. A questo punto Neeskens non può più evitare il confronto. Michels si mostra comprensivo: «Mi aspettavo che saresti crollato, solo non sapevo a che punto della stagione. Cose che capitano. Per un paio di giorni, prova a dimenticare di essere un calciatore professionista. Esci, vai a bere qualcosa, e se non te la senti di allenarti, non venire. Vedrai che andrà tutto bene». Il povero Johan, che non conosce i giochetti mentali di Michels, segue il consiglio del suo allenatore. I tifosi sono dapprima sorpresi e poi decisamente seccati di vederlo in giro per Amsterdam: non può essere concentrato se fa tardi la sera. E Michels, che aveva previsto tutto, ne approfitta per lanciargli qualche frecciatina: «Ragazzo, torni a casa con noi? Ne ho sentita qualcuna su di te ultimamente», lo apostrofa dopo una trasferta. A questo punto Neeskens va fuori di testa e nemmeno tutti i ragionamenti di Swart e Muller serviranno a fargli passare la rabbia nei confronti dell’allenatore.

neeskens.rigoreIl tempo avrà miglior fortuna. Johan e Michels si ritroveranno due stagioni più tardi a Barcellona (dove Neeskens diventa “Johan segundo”, ovviamente dopo Cruijff) e poi in nazionale per i Mondiali in Germania. Sarà Neeskens a portare in vantaggio l’Olanda a un minuto e mezzo dal calcio d’inizio della finale di Monaco. Dal dischetto, lui che in realtà i rigori non li aveva mai allenati perché da buon olandese, considerava indegna quella specie di lotteria. «Nel dubbio, calcia più forte che puoi. Se non sai dove andrà il pallone, non lo saprà nemmeno il portiere».

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