14 cose che abbiamo imparato nel quarto anno senza Cruijff

Uno. Si può battere chiunque giocando bene a calcio. Anche la Juventus di Allegri in casa sua e in vantaggio all’andata, che se ha il pallone è solo per darlo a Cristiano Ronaldo e farlo tirare. Che mette Dybala in marcatura a uomo su Frankie de Jong. Che avrà pure la mentalità di potenza, però intanto li vede arrivare da tutte le parti. Si può battere. L’Ajax lo fa. E lo fa solo giocando bene a calcio.
Due. “Abbiamo fatto vedere a tutti ciò per cui l’Ajax e Amsterdam stanno – pausa – il calcio offensivo. – pausa – Abbiamo fatto vedere ciò che quel grande uomo sopra di noi voleva e si aspettava da noi. – pausa – Lo abbiamo fatto tutti insieme”. Matthijs de Ligt, capitano diciannovenne dell’Ajax, ai centomila di Museumplein.
Tre. Oltre che dell’ermeneutica filosofica, il problema della comprensione è centrale anche nella carriera di Maurizio Sarri. Negli ultimi dodici mesi è passato dallo scetticismo di Stamford Bridge a quello della Juventus, ma con una differenza sostanziale: al Chelsea non lo capivano i tifosi e la stampa, che storceva il naso di fronte e Jorginho, alla Juve, per sua stessa ammissione, non lo capiscono i giocatori.
Quattro. Le seconde opportunità andrebbero forse rivalutate. Ne ha avuta una Peter Bosz, che dopo aver portato un giovanissimo Ajax alla finale di Europa League nel 2017, non era arrivato al panettone sulla panchina del Borussia Dortmund. Eccesso di idealismo, l’accusa. Rudi Völler non si è lasciato spaventare quando lo ha voluto al Bayer Leverkusen a stagione in corso. Chi pensava che Bosz avrebbe modificato il suo stile per tenersi il lavoro si sbagliava. Il suo Bayer ha dato spettacolo, anche grazie a una linea difensiva così alta che dal vivo dà le vertigini.
Cinque. Il 3-4-3 è tornato a farsi vedere sui campi d’Europa. Dapprima un po’ timidamente e con sempre pronto il piano B della linea a 5 (Borussia Dortmund di Lucien Favre), poi con una certa continuità (Borussia Mönchengladbach di Marco Rose), quindi come soluzione a un problema di stabilità difensiva (Bayer Leverkusen di Peter Bosz e, purtroppo in un’occasione rimasta isolata, Barcellona di Quique Setién). Non può essere un caso che Favre e Bosz siano allievi diretti di Cruijff, Setién un ammiratore particolarmente entusiasta, mentre Rose ha ammesso un’influenza incrociata Rangnick-Tuchel.
Sei. Frenkie Lampard può diventare un bravo allenatore. Il suo Chelsea è stato fra le squadre più divertenti d’Europa, almeno finché ha saputo divertirsi.
Sette. Il suo alter/ego Steven Gerrard ha invece ancora molta strada da fare. I Rangers non sono squadra da consegnarsi all’avversario, meno che mai a Ibrox Park. Il primo tempo contro il Leverkusen era troppo brutto per essere vero.
Otto. Quella serie con Robert Sean Leonard, avete presente? Quella sull’angoscia da contagio di un virus letale in una grande città. Può succedere, a quanto pare.
Nove. “Controllo orientato”, “quinti”, “scalata”, “regista offensivo”. Termini da fenomenite televisiva che avremmo preferito non imparare.
Dieci. Quando il Bayern Monaco esonera Niko Kovac in autunno per affidare la squadra al vice Hansi Flick, sembra si prospetti una nuova stagione di autogestione. Il Bayern fa una fatica inedita, ma solo da un certo punto in poi si capisce che non è pigrizia, ma maieutica. Da un certo punto in poi, gli riesce tutto. E Joshua Kimmich è ovunque.
Undici. A proposito di Bayern. Che Leon Goretzka fosse un bel giocatore lo sapevamo già. Che fosse figlio di un metalmeccanico membro del consiglio di fabbrica alla Opel di Bochum anche. Che al contrario della maggior parte dei calciatori prendesse pubblicamente una posizione molto netta su una questione politica, è stata invece una bella scoperta: “L’unico modo per risolvere il problema delle persone che votano AfD è rischiararli con la conoscenza”.
Dodici. Al Manchester United si sta muovendo qualcosa. Dopo anni di soldi buttati in acquisti più di grido che ragionati (Pogba, Martial, Lindelof…), il club ha deciso di fare sul serio quello che tutti proclamano: puntare sui giovani. Ma per davvero, promuovendo titolari ragazzi anagraficamente buoni per la squadra riserve, senza per questo caricarli di responsabilità eccessive. Due nomi su tutti: Brandon Williams (2000), che sulle fasce ha già giocato in quattro ruoli e sempre bene, e Scott Francis McTominay (1996), che a centrocampo ruba l’occhio senza palla.
Tredici. Il compostaggio funziona. Potrebbe essere la metafora della splendida Real Sociedad di Imanol Alguacil, che ha fatto un’attenta raccolta di giocatori bravi ma scartati altrove (Mikel Merino, Alexander Isak, Martin Odegaard e l’eterno incompiuto Adnan Januzaj, solo per fare qualche nome), li ha messi vicino ad altri bravi, giovani e formati in casa (su tutti Ander Guevara e il talentuoso capitano Mikel Oyarzabal) e poi li ha affidati a un allenatore con idee chiare e coraggiose. Probabilmente il più grande motivo di rimpianto per l’interruzione della stagione.
Quattordici. Nel giro di due settimane se ne sono andati Rob Rensenbrink e Barry Hulshoff. I tulipani che stanno fiorendo in questi giorni nonostante tutto sono per loro.

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