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Gli anni 70. Parole per il 25 aprile

Io non sono migliore di chiunque altro. Forse sono abbastanza progressista come calciatore. Vado controcorrente, quando penso che sia giusto. Non sempre questa cosa sembra prendere piede. Mi ritrovo da solo in tutte le questioni, sia che riguardino l’Ajax sia che abbiano a che fare con l’Olanda. Se gioco bene, allora sono pronti ancora a passarci sopra, ma se gioco male, ecco che mi danno il benservito. D’altronde, ci sta che negli anni io sia un po’ cambiato. È anche giusto.

Sono spesso infortunato, ma gioco lo stesso. Perché se un giocatore diventa ossessionato dagli infortuni, può anche lasciar perdere. Ma poi arriva la partita e il dolore passa.

Nel calcio si fa uso collettivo del dovere individuale.

Se sono fisicamente più piccolo, devo andare alla ricerca dei dettagli. Se aspetto finché l’avversario si attacca alla mia maglia, allora sarà troppo tardi. Devo sempre stare un metro più avanti.

La velocità non è la cosa più importante. Dipende dal momento. Una frazione di secondo può significare un vantaggio di due metri.

Parlo molto con i miei compagni, raramente con gli avversari. Mi piace prenderli in giro, è il mio modo di parlare. Non faccio del male di proposito. Ma non lascio che uno mi passi per tre volte. Se mi sono perso un avversario, voglio che anche lui si perda me il prima possibile. Quando cerco un compagno cui passare il pallone, ho il 60% di possibilità che perda palla. Ma è l’unico modo che ho per guadagnarmi da vivere.

 

(Queste frasi sono un estratto dell’intervista rilasciata da Johan Cruijff all'”Haagse Post” il 17 marzo 1971, riportato nel suo libro “Uitspraken”. La traduzione dall’olandese è a cura di numeroquattordici.com)

 

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