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Come te nessuno. Dzeko o del centravanti da un altro tempo

Una reminiscenza, lenta e irresistibile. Questo è stato Edin Dzeko per chi l’ha guardato giocare nella Roma: certe cose del calcio sembravano non esistere, prima che lui ce le facesse ricordare, ma senza sbattercele in faccia – delicatamente, affinché non le dimenticassimo più. Edin Dzeko si merita la prima persona plurale. Se la merita perché l’effetto che ha avuto su chi l’ha guardato va oltre le statistiche, oltre ogni montaggio più o meno creativo. Per lui non basta nessuna canzone, anche se la mattina del suo ingaggio ufficiale ci eravamo alzati con in testa quella che dice che tutto il mondo sa di che colore è la sua maglia e che una volta era stata di Batistuta. Era un altro tempo, quello. Stavolta, invece, era proprio Dzeko che ci stava portando un tempo altro.

E pensare che credevamo di aver preso un centravanti, meglio, un centravanti come da schema dell’immaginazione: numero nove, altissimo, un uomo d’area. Quanto ci sbagliavamo. Quanto si sbagliava chi insisteva a farlo giocare come se fosse un Higuaín qualsiasi. Quanta pazienza ha dovuto dimostrare lui, per far capire a tutti noi di cosa fosse capace in realtà. In fondo i gol sono la cosa meno importante: Edin Dzeko è una sorgente. Un centravanti che vince praticamente tutti i duelli aerei, ma quasi mai per sé. Dzeko-Colpo-di-testa-Roma-Crotone-25-10-2017Quando svetta sulla trequarti – di norma con addosso il migliore dei marcatori avversari – si tratta di qualcosa di ben più raffinato di una sponda. Siccome sta così lontano dalla porta, questo tipo di gioco presuppone che almeno tre compagni stiano attaccando l’area e che possibilmente l’abbiano già occupata. In questo senso, “centravanti” diventa per Dzeko qualcosa di più di una indicazione di ruolo o di una coordinata spaziale: ha piuttosto qualcosa di performante, “il centro degli avanti”, nel senso che è lui a orientare i movimenti del gioco offensivo. Non è il centro, non sta al centro – dà il centro. Un centro che però – ed ecco la prima, antichissima, difficoltà per l’avversario – non corrisponde necessariamente con quello fisico. Può essere un centro de-centrato, spostato all’indietro, e non certo per mero spirito di sacrificio. Dzeko non è un centravanti “che aiuta la squadra”, come se ci fossero da una parte lui e dall’altra la squadra cui gentilmente porge il suo aiuto quasi dall’esterno. Non è Ibrahimovic e nemmeno Shevchenko. Il suo è un modo di giocare dall’interno. Gli Inglesi hanno questa parola bellissima per indicare il centravanti arretrato, deep-lying forward, che richiama l’idea di profondità, ma rovesciata rispetto al linguaggio corrente: “cercare la profondità” indica un movimento di verticalità, non la discesa verso il centro del campo.

Edin Dzeko è un antidoto contro la pigrizia, sia quella tattica sia quella del pensiero. Non ci si può limitare a dargli il pallone e aspettare che ci pensi lui, tanto quanto non lo si può osservare contando i tiri in porta. Edin Dzeko ci costringe a correre e a far correre il cervello. Non pensa per te come Totti, non pensa troppo più in grande di te come Zidane. Per questo non ci ha incantati né conquistati. Ci ha svegliati. Ci ha portati un passo al di là. Tatticamente ha reso possibili soluzioni di rara bellezza, su tutti la Roma che porta quattro o anche cinque giocatori nell’area avversaria, un espediente che diventa davvero pericoloso se lui resta inizialmente al limite dell’area e costringe i centrali a fare la vecchia scelta con cui nel 1953 l’Ungheria fece a pezzi i maestri inglesi in casa loro – seguirlo o lasciarlo. Nella frazione di secondo che ci vuole per prendere questa decisione, la superiorità numerica si materializza.

Se in questo Dzeko ricorda la migliore tradizione austro-ungherese, nella gestione del pressing si riconosce l’influenza tedesca e quella inglese. In Premier League non è raro vedere il centravanti farsi sotto all’avversario che dà l’avvio all’azione: il maestro è Wayne Rooney, ma questa è un’abilità che sull’Isola danno quasi per scontata. Anche qui, Dzeko è un passo avanti: a volte va personalmente in pressione sull’avversario, altre fa soltanto il movimento, ma è proprio quell’accenno a far scattare la salita delle mezzali. Quanti edin-dzeko-chelsea-romapalloni hanno sradicato in questo modo Strootman e soprattutto Nainggolan? Forse ci resteranno negli occhi i gol, magari quello di Stamford Bridge, che sembrava parlarci guardandoci dritto negli occhi come una canzone dei Clash. Ma nella testa ci resterà la consapevolezza che una partita come quella di Villarreal è stata possibile. Era un centravanti Dzeko quella sera? Nemmeno Cavani, nemmeno Lewandowski. Solo Dzeko. In Europa non c’è nessuno con quel senso del calcio che sembra venire da chissà quando e chissà dove – certo non da un palazzone di una Sarajevo bombardata, cui pure tanti ritratti giornalistici hanno voluto ridurlo.

Non è un caso che con lui Eusebio Di Francesco sia stato il solo a dimostrare che un modulo così circostanziato come il 4-2-4 può funzionare anche in un’era di esasperata marcatura a zona. Reminiscenza, appunto. Un raggio di sole che non acceca. Non siamo più gli stessi – noi.

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