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Un allievo, molti maestri. Le lezioni di Thomas Tuchel

Ha scritto bene il quotidiano Die Zeit: adesso dovranno trovarlo, uno migliore di lui. Sottinteso, ma neanche poi troppo: ammesso che al momento esista uno migliore di Thomas Tuchel. La sera in cui il suo Borussia Dortmund andò a perdere rovinosamente a Monaco nell’autunno del 2015, alla fine della partita per prima cosa lui andò a cercare Pep Guardiola, ma non per fargli i complimenti. «Ceniamo insieme uno di questi giorni?», gli chiese senza giri di parole. «Certo, come sei messo martedì?», rispose Pep. Basterebbe questo per capire che tipo è Thomas Tuchel: uno che ha voglia di parlare di calcio con un collega che stima, non importa se questi lo ha appena battuto 5-1. Fosse nato nel Medioevo, sarebbe stato un incrocio fra Pietro Abelardo e Guglielmo da Occam, un monaco dalla razionalità rigorosa ma flessibile, capace di una dedizione totale allo studio dei testi. Al momento del suo congedo dalla Bundesliga, Guardiola lo ha indicato come PG-TT1l’allenatore che nei prossimi anni può contribuire meglio allo sviluppo ulteriore del gioco di posizione – ergo, al cuore del calcio totale. D’altra parte i due, che hanno alle spalle percorsi professionali completamente diversi, sono accomunati da un tratto caratteriale decisivo: l’inesausta sete di conoscenza. La miglior parte di loro si spende nello studio. Guardiola ha avuto Cruijff, Tuchel invece no. Ma ha avuto comunque il meglio che la Germania potesse offrire in anni in cui sembrava che il calcio tedesco fosse impastoiato in una prigione tattica e che al di là delle sbarre non ci fosse alcun mondo.

Nel 1998 il secondo canale televisivo nazionale tedesco manda in onda in prima serata una trasmissione piuttosto curiosa. È un sabato sera fra Natale e Capodanno e sullo schermo compare un uomo dai capelli ricci che, armato di gesso e lavagna, si mette a spiegare i fondamenti della difesa a quattro e della marcatura a zona. Facile che fra gli Ralf-Rangnick-im-Sportstudio-1998-über-die-Viererkette--710x375spettatori ci sia anche l’allora venticinquenne Tuchel, che il tipo alla lavagna lo conosce benissimo: si chiama Ralf Rangnick ed è il suo allenatore nell’Ulm, la squadra della splendida città dei passeri che quell’anno sta facendo grandi cose in 2.Bundesliga, ma con uno stile di gioco completamente diverso dagli altri. Il fatto è che Rangnick, come nella migliore tradizione tedesca, da giovane si era innamorato del calcio inglese e durante una vacanza-studio a Brighton aveva perfino giocato nel Southwick, finché non era rimasto folgorato dalla Dynamo Kiev di Valeriy Lobanowskyi. Alla metà degli anni Ottanta, quando allenava gli svevi del Viktoria Backman, era riuscito a intercettare la corazzata ucraina durante una rara escursione in Occidente e a farle giocare una partita di allenamento contro i suoi. «Un’epifania», avrebbe poi descritto quell’incontro, in cui non è esagerato indicare un momento di svolta per la storia del calcio tedesco. La Germania aveva esperito il calcio totale sulla sua pelle: Rinus Michels era più o meno fuggito urlando da Colonia, ma altri allievi delle migliori scuole d’Europa – Ernst Happel con l’Amburgo, Helmut Schön con la nazionale – erano riusciti a impiantare almeno alcuni dei concetti fondamentali del gioco di posizione. A ostacolarne il pieno dispiegamento, però, c’era il dogma dell’intoccabilità del libero (o sweeper, come si chiamava allora), alimentato evidentemente dalla figura semidivina di Franz Beckenbauer. Ci vorranno quasi trent’anni per accettare il fatto che giocare con il libero non significa giocare con il Kaiser. Si può dunque immaginare con quale sgomento il giovane Rangnick accolga la scoperta sconvolgente che no, la Dynamo Kiev gioca senza sweeper. Non solo, ma non marca nemmeno a uomo (in Unione Sovietica, la zona si era affermata da decenni, ma visti i rari contatti con l’Occidente, in Europa non lo sapeva praticamente nessuno). Quando il Backman aveva la palla, l’intera Dynamo si muoveva in direzione del pallone, come se fosse tirata da fili invisibili: un pressing talmente intenso e organizzato, che i giocatori del Viktoria si sentivano fisicamente soffocare. La squadra di Lobanovskyi aveva anche un centrocampista davanti alla difesa a quattro, un giovanissimo Alexei Mikhailichenko. Tutto questo era talmente estraneo al calcio tedesco, che ancora quasi dieci anni più tardi c’è bisogno di una trasmissione televisiva per spiegarlo alla gente. Intanto però Rangnick lo spiegava ai suoi giocatori nell’Ulm. Il più interessato è Thomas Tuchel, che non ha una grande carriera da giocatore alle spalle, ma sa benissimo cosa vuole fare da grande: «Un calcio molto veloce e orientato all’attacco».

L’orientamento offensivo lo porta in dote storicamente dal calcio tedesco. La velocità, o meglio il ritmo, la impara attraverso Rangnick dai maestri sovietici. Per la verticalità e il rapido ribaltamento delle fasi di gioco, invece, è decisiva la tappa a Magonza. Dove a metà degli anni Novanta si affaccia un altro grande maestro del calcio tedesco, Wolfgang Frank: anche lui è stato vittima di una folgorazione, ma da parte del Milan di Arrigo Sacchi, dal quale mutua la difesa a quattro, la zona e soprattutto il pressing. Il suo allievo diretto è Jürgen Klopp, che non fa gioco di posizione, ma qualcosa che in un certo senso è la sua immagine rovesciata, quello indiretto Thomas Tuchel, che qui per la prima volta si ritrova nello scomodo ruolo di successore dello stesso Klopp. Da lui prende ancora il pressing intenso e organizzato, ma lo modula a seconda delle fasi di gioco e soprattutto lo combina con un elemento genuinamente michelsiano: il posizionamento altissimo della linea difensiva. D’altronde, ha un vice che si chiama Michels – Arno Michels e no, nessuna parentela con Rinus. Nella stagione 2014/15, Tuchel si dedica completamente allo studio: un soggiorno in Italia riscrive le sue abitudini alimentari, le ormai leggendarie cene a lume di tattica con Guardiola gli permettono di approfondire il suo gioco di posizione. Così, quando per la seconda volta gli chiedono di succedere a Klopp, stavolta alla guida di un Borussia Dortmund visibilmente logorato, Tuchel è pronto a mettere insieme tutti i pezzi della sua formazione calcistica.

Il risultato è una squadra che ha bisogno di essere guardata dal vivo. In fase di possesso, la linea difensiva è vertiginosamente alta e lo schieramento risulta asimmetrico perché spesso il capitano Mats Hummels si sposta dal centro alla fascia sinistra con un hummovimento che – come nella Dynamo di Lobanovskyi – di volta in volta riorienta l’intera squadra e disorienta quella avversaria. È lui a dettare l’uscita del pallone dalla difesa, non necessariamente aspettando che i centrocampisti – Gündoğan, perché nel frattempo il giovane Julian Weigl è scalato al centro della difesa – vengano a prendersi il pallone. Difficile prevedere la soluzione successiva: l’inserimento di un giocatore atipico come Gonzalo Castro, l’azione avvolgente fin dentro l’area di rigore o il taglio immediato per Marco Reus, che con questo sistema più che sull’uno contro uno insiste sulla sua capacità di materializzarsi esattamente dove arriva il pallone. Con le loro maglie gialle, i giocatori del Borussia rendono ancora più chiaro il continuo ridefinirsi delle dimensioni del campo a seconda dei loro movimenti. Quando invece la palla ce l’hanno gli avversari, scatta immediato un pressing collettivo già a ridosso dell’area, volto a riconquistare il pallone nel giro di pochi secondi. Se non ci riescono, è sempre Hummels a ristabilire le posizioni tornando al centro, mentre Weigl esce per attivare una seconda linea di pressing. Questo sistema bellissimo e assolutamente originale viene forzatamente modificato nel secondo anno di Tuchel a Dortmund, quando il tecnico deve fare a meno di Hummels. Senza di lui, l’uscita dalla difesa segue movimenti più ortodossi, mentre restano invariati la linea altissima – guardare cosa succede al Bernabeu contro il Real per credere – e il pressing intenso. Weigl è il cervello della squadra, il giovane portoghese Rafael Guerreiro quello che crea superiorità sulla trequarti, il francesino Ousmane Dembelé, per dirla con Guardiola, il creatore del caos. Tatticamente più disciplinato ma non meno spettacolare è lo statunitense Christian Pulisic, che ai colpi di un’ala abbina una disposizione al sacrificio che lo porta a lodevoli raddoppi di marcatura. Dal centrocampo in su, è tutto uno spettacolo. Dove il Dortmund ha faticato è nell’organizzazione difensiva: spesso ha dato l’impressione di stare in campo come se ci fosse ancora Hummels ed è incorso in giganteschi errori di posizionamento.

Thomas Tuchel lascia una squadra che ha divertito, segnato, emozionato, a volte perfino sgomentato. In una bella intervista a 11 Freunde Julian Weigl ha parlato della sua esperienza al Borussia nei termini che si userebbero per l’università. A Dortmund non si finisce mai di studiare. Per questo la ricerca di un allenatore migliore di Tuchel sarà complicata, perché tutti vogliono fare i maestri, ma solo pochissimi riescono a insegnare restando allievi.

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